Remanzacco
Il Torrente del Legame: dove le differenze si incontrano e si fondono in un unico corso.
Dove il respiro della terra incontra la musica elettronica.
Un viaggio tra strumenti ancestrali, voce ed elettronica.
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Il Torrente del Legame: dove le differenze si incontrano e si fondono in un unico corso.
Il Torrente della Vita: un ritmo che nutre, sostiene e rigenera.
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Proiezione del videoclip “Stele me” e del cortometraggio “Un fiume di stelle”.
Il Torrente della Consapevolezza: un percorso interiore verso il risveglio della coscienza.
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Il Torrente della Speranza: un flusso che alimenta nuovi inizi e possibilità.
Proiezione del videoclip “Stele me” e del cortometraggio “Un fiume di stelle”.
Il Torrente del Cambiamento: un viaggio che segna trasformazioni e scoperte.
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C’è un momento preciso in cui il metallo dei circuiti integrati ha smesso di essere solo tecnologia ed è diventato corteccia, radice, respiro.


Per capire l’inizio di Bagliori d’Anima bisogna immaginare due mondi apparentemente distanti, separati da una linea invisibile ma pronti a scontrarsi. Da un lato c’era Alessandro Pozzetto. Alessandro portava addosso il silenzio dei boschi del Friuli, la vibrazione profonda della terra e il misticismo dei popoli antichi. Per lui la musica era un rito, una preghiera laica da sussurrare attraverso il legno di un flauto o da far ruggire nel ventre di un didgeridoo. Camminava raccogliendo i semi delle piante, ascoltando il suono del vento, convinto che ogni elemento della natura custodisse una voce addormentata.
Dall’altro lato c’era Nico Odorico, un architetto del suono cresciuto tra le mura ipertecnologiche degli Angel’s Wings Recording Studios. Nico viveva circondato da oscillatori, banchi di missaggio monumentali e sintetizzatori capaci di generare frequenze matematicamente perfette. Le sue mani si muovevano tra cavi, computer e schede madri, traducendo le emozioni in elettricità pura.
La scintilla è scoccata un pomeriggio in studio. Non c’erano spartiti, solo un’esigenza profonda: rompere gli schemi. Alessandro è entrato portando con sé un sacchetto di tela. Lo ha svuotato sul tavolo, accanto a una tastiera analogica. Erano semi essiccati, bastoni della pioggia, campane tibetane che odoravano di terra e di viaggio. Nico lo ha guardato, ha sorriso dietro lo schermo del computer e ha acceso i quattro sintetizzatori. Ha aperto i canali dei microfoni panoramici, quelli capaci di catturare anche il respiro di una stanza.
«Proviamo», ha detto uno dei due. Non importava chi.
Alessandro ha preso una manciata di semi e ha iniziato a farli scivolare tra le dita. Un suono secco, antico, ancestrale. Sembrava il rumore dei passi di un uomo che cammina in una foresta millenaria. Nico ha ascoltato quella frequenza imperfetta e viva, l’ha catturata con il computer e, in tempo reale, l’ha avvolta in un tappeto di synth profondo, caldo, che sembrava un battito cardiaco elettronico.
Poi Alessandro ha preso il didgeridoo. Ha chiuso gli occhi e ha iniziato la respirazione circolare. Una nota bassa, sciamanica, che ha fatto vibrare il pavimento dello studio. In quel preciso istante, Nico non ha cercato di ripulire quel suono: lo ha assecondato. Ha spinto sui fader e ha aperto i filtri dei moduli elettronici, liberando una cassa dritta, ipnotica, una pulsazione techno-ambient che sembrava nata per fondersi con quel richiamo tribale. Mentre l’elettronica spingeva e il didgeridoo scavava nell’anima, Alessandro ha liberato la voce. Un canto viscerale, una melodia legata alla terra, antica come il mondo ma proiettata nel futuro.
Quando la musica si è fermata, nello studio è rimasto solo il ronzio delle valvole calde e il suono dei loro respiri. I due si sono guardati senza bisogno di parlare. In quel contrasto perfetto tra l’artigianato acustico della natura e l’ingegneria del silicio, era successo qualcosa di magico. Il rito e la tecnologia si erano fusi.
Non erano più solo un cantante e un producer. In quel pomeriggio di pura connessione, erano nati i Bagliori d’Anima.
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